Viviamo tempi bui. Razzismo istituzionalizzato, odio verso il diverso, disumanità conclamata, sembrano permeare ogni aspetto, ogni livello della società che ci circonda. Una cappa asfissiante e onnipresente, squarciata però da alcuni lampi di dignità: le manifestazioni di Firenze, in risposta all’assassinio a sangue freddo di Idy Diene, di Macerata e Milano, in risposta alla tentata strage razzista del fascioleghista Traini, e ancor prima le mobilitazioni di Milano e Bologna dello scorso maggio, e di numerose altre mobilitazioni che testimoniano la volontà di tante e tanti di non cedere alla narrazione imperante della guerra tra poveri, dell’odio verso i migranti.

Sono voci che si levano dissonanti dai cantori della paura, voci necessarie e importanti, ma che hanno però bisogno di riecheggiare più forti, di risuonare nel quotidiano, di divenire rifiuto ostinato e vettore di cambiamento.

Innegabili sono infatti le potenzialità di trasformazione insite in quelle giornate. Non si è trattato solo di antirazzismo e di solidarietà, che pur rimanendo nodi centrali sono stati la base per esprimere, più o meno consapevolmente, un chiaro desiderio di una società più giusta, più libera, più equa.

Un desiderio potente e opposto a ciò che in sostanza ci viene consegnato dal governo della crisi.

Nell’ultimo decennio la crisi economica strutturale è stata utilizzata come guida sistemica, permettendo così a chi detiene la stragrande maggioranza delle ricchezze di difendere i propri privilegi, intensificando la predazione di ricchezze comuni e l’accentramento di potere. L’aumento vertiginoso delle diseguaglianze sociali è stato al tempo stesso il prodotto e lo strumento di riproduzione di questo sistema.

Centrale nei meccanismi di governo della crisi è il concetto di cittadinanza, che assume oggi una funzione gerarchizzante, normando l’accesso selettivo ai rimasugli di welfare, reddito e diritti, in base alla natura del singolo – migrante, donna, omosessuale, giovane, precario, etc.

Il livello di brutalità raggiunto nella crisi non sarebbe però possibile senza l’atomizzazione sociale

degli individui, ottenuta anche attraverso una narrazione distorcente che porta ad odiare chi è oppresso. Principale responsabile è l’asservimento della quasi totalità dei media, complici di un imbarbarimento culturale che impedisce persino di identificare, prima ancora che condannare, il razzismo anche nelle sue formi più palesi ed estreme.

Ne sono la prova i tentennamenti nel riconoscere la matrice fascista e xenofoba del terrorista Traini, lo scoramento pubblico per tre fiorire rotte nell’esplosione di rabbia dei senegalesi a Firenze, gli attacchi alle ONG e a chi porta solidarietà ai migranti, i tanti piccoli gesti quotidiani di aperto razzismo sempre più sfacciato.

In questo contesto non può stupire il risultato elettorale di un partito apertamente razzista come la Lega. Il suo leader Salvini si è presentato come il miglior araldo di questo sistema, il servo felice della diseguaglianza come norma. È l’utile idiota della governance della crisi, colui che ha trovato nell’oggi la piena realizzazione di un disegno partorito nei primi anni 1990 sul pratone di Pontida. Pur con tutte le camaleontiche trasformazioni subite dal partito che allora si chiamava Lega Lombarda, l’identità leghista è rimasta costante nel tempo: è un’identità che nasce nella negazione di quella di qualcun altro. Ha iniziato Bossi, con il suo attacco a meridionali e a Roma ladrona, proseguendo quasi subito con gli albanesi, passati da eroici scampati dalla dittatura comunista a rapinatori di ville del profondo nord. Successivamente è arrivato il turno dei maghrebini, saliti in testa alla classifica dell’odio leghista grazie alla guerra di religione imperialista post 11 settembre (e qui vediamo la capriola leghista più ardita, dal paganesimo padano alle neo crociate cristiane nel giro di qualche settimana).

Infine Salvini, trovatosi tra le mani una Lega affossata dagli scandali dei fondi pubblici rubati e dei diamanti in Tanzania, comprende per primo che per rilanciare sé stesso e il suo partito non può accontentarsi di un unico confine disegnato dal Po.

Progetta quindi un partito multiforme sulle note di Prima gli Italiani, uno slogan adattabile ad ogni contesto, persino nel tanto vituperato sud. La forza di questa parola d’ordine sta nel fatto che viene lasciato nel non detto su chi esattamente si dovrebbe esercitare il proprio primato, in maniera tale che ognuno possa ritrovarvi l’oggetto della sua discriminazione personale (migranti, poveri, rom, donne, cittadini di seconda o terza generazione, etc.). Salvini riesce così a non cancellare l’identità leghista, ma anzi la potenzia al massimo, ampliandone il numero di confini e di discriminazioni possibili che diventano teoricamente infiniti.

Una Lega che riafferma così con forza le sue origini: il partito di Salvini nasce infatti nell’atto della discriminazione, indipendentemente dall’oggetto della discriminazione stessa.

L’importante è che la costruzione del nemico e la sua consegna alla gogna collettiva garantiscano il mantenimento dello stato di cose esistenti, dell’esercizio del potere, della speculazione, della predazione.

Chi di noi vive nella profonda provincia del nord conosce purtroppo molto bene questo modello. Lo abbiamo visto con i sindaci sceriffo, pronti a scagliarsi contro stranieri e clandestini, mentre intanto aprivano le porte alla cementificazione e alla devastazione ambientale dello stesso territorio che asserivano di proteggere.

Cosi è la Lega, a livello locale come nazionale. Strumento perfetto per difendere e mantenere un sistema improntato all’impoverimento collettivo e alla diseguaglianza brutale.

Contrastare la Lega oggi significa non solo rifiutare chiunque legittimi e diffonda discorsi di odio e razzismo, ma anche aprire spazi di libertà e cambiamento.

Il festival dell’orgoglio antirazzista di Pontida dello scorso anno ha squarciato il manto della rassegnazione impotente che ci circonda: abbiamo visto sui volti delle tante e dei tanti partecipanti un’energia nuova, la gioia di rivendicarsi orgogliosamente antirazzisti, la consapevolezza di poter combattere e vincere contro chi disegna confini fuori e dentro la società.

Ribadire che non esistono suoli sacri dove si possano coltivare discriminazione e odio significa costruire barricate simboliche contro la narrazione della guerra tra poveri, presidii di libertà da cui deviare il sistema verso un orizzonte più equo e includente. Per questo, oggi il festival dell’orgoglio migrante e antirazzista a Pontida acquista ancora più forza e necessità.

Abbiamo scelto anche per quest’anno di contrapporre musica, cultura, sport popolare, aggregazione, ai bercianti comizi di rancore e odio. La forza vitale e creativa contro la propaganda intollerante, l’unione di energie positive contro il razzismo divisivo, la gioia di una festa contro il rancore elevato a ragion di stato.

Non abbiamo la presunzione di promuovere ricette sicuramente vincenti o strategie infallibili: il raduno antirazzista di Pontida sarà una contaminazione di esperienze di lotta e vissuti quotidiani, tra specificità territoriali tra loro diverse ma unite nella volontà di cambiamento, un momento di ascolto e arricchimento collettivo.

Vogliamo costruire ponti per superare insieme i confini del razzismo e dell’intolleranza.

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